Introduzione, saluto del direttore

Società e Comunicazione. Le ragioni di uno studio scientifico

Nella tradizione degli studi in Comunicazione, l’innovazione dei saperi rappresenta un messaggio tutt’altro che retorico. La storia della nostra comunità scientifica rende conto di una sorprendente capacità di anticipare i tempi, dimostrando fino a che punto, nell’Università contemporanea, la partecipazione alla rete globale dei saperi e la sperimentazione continua siano due dimensioni irrinunciabili, sottese alla quotidiana attività didattica, culturale e di ricerca portata avanti da un network di docenti universitari.

In un clima segnato da una forte crisi reputazionale e di immagine del sistema universitario, diversi indizi dimostrano che anche la comparazione con l’estero ci vede tutt’altro che perdenti.

Al contrario, il confronto con il panorama accademico di altri paesi risulta favorevole, al di là della retorica pubblica che troppo spesso lavora a logorare l’immagine dell’Università italiana e che sembra aver individuato il proprio capro espiatorio negli studi in Comunicazione. Senza snobismo, occorre ribadire che il livello di approfondimento tematico, sul piano della profondità culturale e scientifica dei saperi, è una caratteristica competitiva delle università europee che vince il confronto con oltreoceano.

Non così, purtroppo, la qualità del nostro dibattito pubblico e politico, che resta eternamente viziato dai luoghi comuni e da un fondamentale disinteresse a comprendere i giovani e le loro scelte. È quanto dimostrano l’infondatezza e la vacuità degli attacchi sferrati da politici e giornalisti troppo spesso incompetenti e salottieri contro i Corsi di Comunicazione [1], , in controtendenza rispetto all’ormai matura istituzionalizzazione di una tradizione scientifica autonoma in gran parte dei Paesi moderni.

Il confronto internazionale prova con chiarezza che il primo argomento su cui si regge la disputa su Comunicazione – ovvero la stessa legittimità scientifica delle discipline comunicative – rappresenta un clamoroso falso, essendo i media studies largamente riconosciuti dalla comunità scientifica mondiale e presenti nelle più importanti università estere. Di fatto, la formazione accademica alla Comunicazione rappresenta un elemento di modernità irrinunciabile, tanto più in un Paese che alterna impressionanti momenti di innovazione ad arretratezze conclamate. L’attacco all’Università e, nello specifico, a Comunicazione pare, piuttosto, una forma di autotutela da parte di una élite; come pure la prova che è più facile difendersi dalle nuove generazioni attaccando le loro scelte, piuttosto che tentare di tener conto elasticamente del loro punto di vista nel governo del mercato del lavoro e della crisi che affligge il Paese.

In una società iper-complessa e che cambia a velocità accelerata, gli studi in Comunicazione sono investititi di un compito tutt’altro che irrilevante: quello di mettere in trasparenza la direzione e il significato profondo dell’innovazione sociale, al di là della visibilità congiunturale dei cambiamenti o della loro celebrazione puramente retorica. Investendo sulla dimensione critica dei saperi, l’Università deve tornare a scommettere con convinzione sulla competitività degli studi umanistici e delle scienze sociali.

Restiamo fermamente convinti che la strada maestra, per il futuro, si confermi quella della contaminazione fra i saperi. Del resto, è bene ricordare che, nell’irriducibile vocazione interdisciplinare che caratterizza le radici stesse degli studi di Comunicazione, convergono sensibilità e saperi provenienti da una pluralità di tradizioni scientifiche: la sociologia, la psicologia, l’economia, il diritto, l’antropologia, la storia, la linguistica, la semiotica, la filosofia, la statistica e l’informatica. Insieme all’interdisciplinarità, l’offerta formativa in Comunicazione ha inoltre puntato a caratterizzarsi, da sempre, per la valorizzazione di un equilibrio fecondo tra ricerca, saperi scientifici e specializzazioni professionali mirate. Più analiticamente, occorre riconoscere agli studi di Comunicazione il coraggio di rinnovare i linguaggi della formazione a partire da alcuni punti di forza: il ruolo strategico delle discipline della tradizione; il valore del mix di saperi e dell’interdisciplinarità, oltre la compartimentazione humboldtiana delle discipline; l’obiettivo di formare prioritariamente una forma mentis e un metodo di apprendimento (saper sapere) lungo tutta la vita; lo studio come viaggio e come anabasi che prevede continui attraversamenti tra formazione, lavoro ed esperienza vissuta. Su questi presupposti si è giocata una scommessa sull’allargamento delle capacità linguistiche della vecchia Università: un tentativo di riduzione delle distanze con il mondo giovanile in un campo, quale quello della Comunicazione, che costituisce oggi non solo un’attività quotidiana per le nuove generazioni, ma un ambiente di interazione profondamente naturale e immersivo, che loro stesse più degli adulti sono dunque sensibili a conoscere e a innovare.

Lo studente al centro della “rete” formativa

Ma quale esperienza si prepara, di fatto, per uno studente che scelga di studiare Comunicazione?

In primo luogo, essere studenti di Comunicazione significa sottoporsi a una rete di opportunità assolutamente variegata di stimoli culturali. Tuttavia, di fronte a un universo cangiante e caleidoscopico quale quello della comunicazione e allo speciale richiamo che esso esercita sui più giovani, è innegabile il rischio che la forza della “nuvola digitale” – l’effervescenza dell’innovazione tecnologica e della dimensione di rete – rischi di spostare l’attenzione sulle pratiche e sulle ultime parole alla moda.

Compito dell’Università è, invece, di storicizzare le mode e destrutturare l’aspetto di “spuma” del cambiamento, per scavare sotto la superficie solo effimera dei fenomeni e dei trend. Non a caso, più che in passato la formazione e la cultura diventano elementi di riduzione dell’incertezza, di inclusione di saperi forti utili a decifrare e mettere in priorità il cambiamento sociale, depurandolo dai nuovismi e dagli eccessi di modernariato.

In secondo luogo, lo studente che scelga di studiare Comunicazione si trova di fronte n’istituzione formativa assetata di tradizione e consapevole, oggi più che mai, del valore della sua pur giovane storia ed “eredità” disciplinare; una Università nel cui modello formativo, al tempo stesso, può dirsi ormai compiuta una radicale innovazione: di fatto, il cambiamento di paradigma – lo studente al centro – è per i docenti più lungimiranti una realtà di fatto, non un progetto per il futuro.

E, insieme all’idea – tutt’altro che retorica – di mettere lo studente al centro, risultano decisive le dimensioni orizzontali dell’interazione e dello scambio: l’esperienza ci ha infatti dimostrato che, come formatori alla Comunicazione, ci è possibile garantire solo le performance degli allievi che scelgano di scrollarsi di dosso la pigrizia, l’opportunismo, la passività dell’apprendimento tradizionale, e che siano invece interessati a mettersi in gioco, a divenire parte attiva dei processi formativi e della loro innovazione.

A voler forzare una metafora che ci è cara, si tratta di spostare definitivamente i linguaggi dell’Università dalla televisione alla Rete, superando ogni residuo di inerzia e di consumo solo adattivo dei saperi da parte di studenti e docenti. Una rivoluzione che, in questi anni, ha indubbiamente cominciato a compiersi nelle aule e nei laboratori di Comunicazione.

Da tutte queste premesse muove la definizione di un’offerta formativa specifica per le professioni della Comunicazione presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CoRiS), istituito alla Sapienza all’inizio del 2010 in continuità con la tradizione della prima Facoltà statale di Scienze della Comunicazione in Italia. I percorsi formativi mettono in rilievo il ruolo dei media e delle tecnologie, ma non si esauriscono in essi, nella consapevolezza che l’oggetto di studio è ben più ampio e abbraccia la pluralità delle piattaforme espressive e di interazione volte a definire il tessuto odierno delle relazioni sociali.

L’offerta formativa erogata dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale è da sempre sensibile alle aspettative e agli andamenti dei mercati occupazionali di riferimento, coltivando il dialogo con il contesto economico e culturale e il coinvolgimento di aziende e istituzioni interessate al "capitale umano" dei laureati. L’efficacia professionale degli studi di comunicazione è eloquentemente documentata dai dati sugli sbocchi occupazionali dei laureati, monitorati fin dal 1997 dall’Osservatorio Unimonitor.com, istituito proprio a questo fine. Secondo le indagini realizzate nel 2010, e in consonanza con i dati di AlmaLaurea [2], , a un anno dal conseguimento del titolo lavora oltre la metà dei laureati di primo e secondo livello alla Sapienza. Gli ambiti professionali che più soddisfano le attese dei neolaureati sono quelli del marketing, della pubblicità e della comunicazione d’impresa, seguiti dalla redazione di contenuti per l’editoria. Circa la metà di quanti operano nella comunicazione si colloca nell’area pubblica e aziendale, e quasi un terzo nell’editoria radiotelevisiva e multimediale.

Mission2013

 

All’inizio di un nuovo viaggio

Siamo convinti che occorra interrogarsi di più su come i giovani d’oggi guardano il mondo. Da qui è possibile ripartire per rivendicare sia la modernità degli studi in Comunicazione sia, più in generale, una riapertura di futuro per le scienze sociali e per la loro pretesa di essere protagoniste e interfacce del cambiamento contemporaneo. La scommessa di formare le generazioni al sapere e alla cultura rappresenta l’ethos e il compimento stesso della società della conoscenza. Questa consapevolezza suggerisce, soprattutto, che è giunto il momento di concentrare l’attenzione sul nodo critico legato all’essere giovani nella nostra società e – per quanto riguarda la nostra responsabilità – esserlo a Comunicazione: significa vivere questa congiuntura epocale, segnata dal precariato e dalla reclusione degli orizzonti di futuro, scommettendo su un campo accademico ancora relativamente giovane. Un fattore, quest’ultimo, che naturalmente moltiplica gli aspetti di effervescenza, ma anche di precarietà: per quanto possiamo sentirci forti nella nostra tradizione e anche nei nostri risultati, rispetto ad altre aree disciplinari siamo considerati gli “ultimi arrivati”, quelli che devono ancora dimostrare la loro legittimazione culturale.

Quando ci si muove in un settore disciplinare ancora giovane, è soprattutto evidente il tributo che si paga alla necessità di aggiornare obiettivi formativi e curricula. È una sfida decisiva per ribadirci interpreti, nel presente, della domanda di cultura che ci viene dai nostri interlocutori sociali e, in particolare, dai tanti giovani e dalle loro famiglie che continuano a investire con fiducia il proprio futuro nella formazione. Per usare una metafora che ci è cara, ci sentiamo all’inizio di un nuovo “viaggio”. Il che serve anche a sfatare la convinzione che la cultura – ovvero la possibilità di basare la propria vita sul sapere, sul “gusto” della conoscenza – costituisca un obiettivo lontano, da raggiungere solo alla fine del percorso formativo; e che, in ogni caso, essa rappresenti un punto d’arrivo, a cui si giunge una volta per tutte. Al contrario, occorre convincersi che nella formazione vale il percorso, e non solo la meta; e la verità di questo assunto accomuna allievi e docenti. Da sempre, siamo abituati a condividere con gli studenti una molteplicità di proposte e stimoli culturali: un "viaggio" in cui i docenti possano rappresentare non già dei pari, ma preziose guide con le quali affrontare il percorso formativo, le sue difficoltà e le tappe più entusiasmanti. E credo che, nei nostri Corsi di laurea, l’invito alla responsabilità e all’impegno debba richiamare studenti e docenti soprattutto alla consapevolezza che la Comunicazione abbia a che fare, di fatto, con la testa e con il cuore degli attori contemporanei: per usare una frase riassuntiva, anche se apparentemente fuori moda, la Comunicazione ha a che fare con l’anima delle persone.

 

Prof. Mario Morcellini
Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale

 


Λ [1]Per una documentazione circa il "vuoto" degli attacchi ai Corsi in Comunicazione, si rinvia alla rivista "Comunicazionepuntodoc"del Dottorato di Ricerca in Comunicazione Tecnologie Società e, in particolare, ai numeri dedicati alla “professione comunicatore” (n. 2, gennaio 2010) e alla "vertenza comunicazione" nel dibattito pubblico e mediale (n. 3, dicembre 2010). Per un’esemplare risposta alle polemiche giornalistiche dei salotti televisivi, si rinvia anche all’editoriale di S. Rolando, “Rivista Italiana di Comunicazione Pubblica”, n. 37, 2008, pp. 5-8.

Λ [2]AlmaLaurea, XIV Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati 2012, www.almalaurea.it.